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16 feb 2015

Björk - Vulnicura [Recensione]

Björk torna a far parlare di sé con il progetto autobiografico Vulnicura, nono album in studio prodotto della cantautrice islandese, che per il titolo del disco amalgama le due parole latine "vulnus" (ferita) e "cura" (guarigione), che l'artista esprime con una sorta di viaggio sonoro temporale suddiviso in tre fasi, in cui veniamo trascinati e a tratti strattonati verso gli stadi che portano verso la dissoluzione della sua storia d'amore. 


Un concetto che esprime in maniera estremamente viscerale, a cuore aperto, che porta a galla una complessa e raggrumata gamma cromatica di emozioni che vengono espresse con estrema e malinconica lucidità, la cui fine inconcepibile devasta e ferisce e non resta che aspettare l'auto-rigenerazione. In tutto l'album echeggiano sonorità d'archi che intensificano l'impatto emotivo e manipolazioni di tipo elettronico che fanno da sfondo ad uno scenario di turbamento psicologico. 

Il viaggio cronologico comincia da Stonemilker – prima traccia nonché singolo – estremamente intrisa di una coralità arcaica, quasi barocca, e da una ritmica essenziale. Leggendo le parole del testo, scopriamo come l’artista islandese voglia chiedere rispetto emotivo, così come in Lionsong e History of Touches: questo trittico di pezzi raccontano la frustrazione, la rabbia e il dubbio che precedono la rottura.